L’arte abissale di Banksy

L’arte abissale di Banksy

Per mezzo di un proiettore NEC PH3501QL, il collettivo Pepper’s Ghost ha reinterpretato con la tecnica del videomapping il “Migrant Child” dipinto da Banksy lungo Rio Nuovo a Venezia. L’opera ha guadagnato in dinamismo, luminosità e soprattutto profondità. Chi ha detto che la street art è necessariamente effimera, fugace?


VIDEO MAPPING • Sharp/NEC illumina l’opera del più famoso street artist del momento
35.000 ANSI Lumen sui canali di Venezia


“La Vache qui rit”, un esempio di “mise en abyme” applicata alla pubblicità di un famoso formaggio francese: l’immagine della mucca che ride è replicata sui ciondoli che pendono dagli orecchi del bovino. La tecnica della “mise en abyme” è largamente utilizzata nell’arte, nella letteratura, nell’araldica e nel cinema.

Il videomapping realizzato dal collettivo artistico Pepper’s Ghost sul “Migrant Child” di Banksy a Venezia è un magnifico esempio di “mise en abyme” (“messa in abisso”), quella tecnica – utilizzata nell’araldica, nella letteratura, nell’arte e nel cinema – che consiste nel replicare, talvolta all’infinito, un’immagine, un tema o un evento allo scopo di valorizzare e dare maggior risalto all’argomento narrato o raffigurato.

In letteratura la “mise en abyme” si presenta come una storia nella storia; nel cinema, come un sogno nel sogno. Troviamo la “mise en abyme” nel “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di Van Eyck, nella rappresentazione teatrale dell’“Amleto” di Shakespeare (la morte del re), nei film “8½” di Federico Fellini e “Inception” di Christopher Nolan, nelle pubblicità del cacao Droste e del formaggio “La Vache qui rit”, per citare solo qualche caso.

UN’OPERA D’ARTE SU TRE LIVELLI PROSPETTICI

L’installazione creata dal Pepper’s Ghost consiste nella “messa in abisso” del migrante bambino comparso su un muro di Venezia in Rio Nuovo, nei pressi di Campo Santa Margherita a Dorsoduro, nel maggio 2019, durante l’inaugurazione della Biennale Internazionale d’Arte. Il bambino, con indosso un giubbotto salvagente, sorregge una torcia dalla quale si sprigiona un fumo rosa che lascia una vistosa traccia sul muro.

Il “Migrant Child”, che vediamo in basso al centro in questa foto, è comparso nel maggio 2019 durante l’inaugurazione della Biennale di Venezia: Banksy lo ha realizzato, utilizzando la tecnica dello stencil, lungo il Rio Nuovo, nei pressi di Campo Santa Margherita a Dorsoduro.

La torcia è in realtà una pianta strappata dalla terra, simbolo dello sradicamento vissuto dal piccolo esule; le gambe del bambino sono parzialmente immerse nell’acqua del canale, a sottolineare la precarietà della sua condizione. Sul “Migrant Child” di Banksy, Pepper’s Ghost ha proiettato delle sequenze in videomapping utilizzando un NEC PH3501QL al laser da 35.000 ANSI/lumen. Le sequenze dinamizzano, fanno muovere la scena; il fumo rosa, come spinto da un vento misterioso, si espande dietro le spalle del piccolo migrante e verso l’alto.

La “mise en abyme” del Pepper’s Ghost sembrerebbe dunque articolarsi su due piani o livelli di profondità: il primo costituito dal murale di Banksy, il secondo dalle sequenze in videomapping. In realtà i piani o livelli sono almeno tre: il primo è Venezia, che non è soltanto una città d’arte ma può essere considerata un’opera d’arte essa stessa. Dunque, ricapitolando: Venezia è il primo piano prospettico della “messa in abisso”, il migrante di Banksy è il secondo e il videomapping di Pepper’s Ghost il terzo.

Il collettivo Pepper’s Ghost fotografato lungo il Rio Nuovo a Venezia; in basso a sinistra si intravedono le luci del videomapping proiettato sul “Migrant Child”. Fondato dall’ex cestista Anderson Tegon (al centro nella foto), il Pepper’s Ghost è costituito da esperti di grafica, ingegneri del suono e delle luci, artisti digitali e visuali.

IL FANTASMA DI PEPPER

Pepper’s Ghost, che deve il nome a una tecnica illusionistica per il teatro inventata da John Henry Pepper, è un collettivo artistico fondato nel 2019 da Anderson Tegon, un ex cestista del Benetton Treviso di origini brasiliane naturalizzato italiano. Il collettivo, di cui Tegon è anche il direttore artistico, è costituito da esperti di grafica, ingegneri del suono e delle luci, artisti digitali e visuali. L’intervento di Anderson Tegon e del suo collettivo non ha minimamente snaturato il “Migrant Child” di Banksy. Al contrario, lo ha esaltato, arricchito, gli ha conferito dimensioni e prospettive nuove.

Il dinamismo già presente nel murale è stato intensificato dalle sequenze in videomapping, mentre la piccola figura del migrante bambino veniva esaltata fino a giganteggiare sul muro del Rio Nuovo. Il muro stesso, antico e scrostato, ringiovaniva come per effetto di un lifting luminoso. L’opera tutta, invisibile di notte, emergeva dalle tenebre e si rifletteva specularmente sull’acqua del canale, aggiungendo un ulteriore piano prospettico alla “mise en abyme”. Tegon definisce questo lavoro uno spettacolo di “digital street art” (vedi intervista). È la prima volta che viene fatto un esperimento del genere, dichiara il fondatore del Pepper’s Ghost: proiettare un videomapping su un’opera di street art.

La street art ha delle regole abbastanza precise: dev’essere realizzata in un luogo pubblico, ha carattere critico, di denuncia politica e sociale, spesso è clandestina e va eseguita rapidamente, quasi sempre è effimera e non deve produrre impatti pesanti sulla città o sull’ambiente. Per rispettare questi criteri, la troupe di Pepper’s Ghost ha fatto tutto in una notte: è arrivata di sera, ha proiettato il videomapping e alle 5 del mattino è andata via; l’opera resterà visibile solo sui canali YouTube e sui social media del collettivo.

Una fase preparatoria del videomapping realizzato da Pepper’s Ghost: sulla facciata del palazzo viene proiettata una griglia di riferimento. Per la misurazione delle distanze si è fatto ricorso a rilievi in sede e a immagini satellitari.

Illuminato dal potente fascio del NEC PH3501QL, il bambino migrante di Banksy emerge dall’oscurità; nell’angolo in basso a destra si riconosce una schermata generata dal Dataton Watchout 6.6.2, il software utilizzato per creare le sequenze di videomapping.

IL PROIETTORE NEC PH3501QL

Gli effetti creati da Pepper’s Ghost sono stati possibili grazie alle potenti tecnologie utilizzate, in primis il proiettore 4K DLP a tre chip NEC PH3501QL che, con i suoi 35.000 ANSI/ lumen (40.000 lumen centrali), ha garantito colori vividi e brillanti, neri profondi e bianchi di grande intensità. Il vpr NEC è equipaggiato con una sorgente laser rosso/blu che fornisce risultati migliori rispetto ai tradizionali laser al fosforo e assicura un’elevata uniformità d’immagine.

Proiettore imponente e pesantissimo (169 kg), il PH3501QL è dotato di numerosi ingressi con risoluzione 4K: un HDBaseT, due porte HDMI con HDCP, due DisplayPort, quattro SG-SDI; occorre poi aggiungere un ingresso per PC su connettore D-Sub a 9 pin, uno slot per moduli OPS opzionali, una porta LAN (RJ45) e una USB 2.0 ad alta velocità. Questa dotazione, insieme alla flessibilità di movimento della lente motorizzata (+/-50% in verticale, +/-17% in orizzontale) e alle sette lenti a baionetta opzionali, fa del PH3501QL un proiettore versatilissimo anche dal punto di vista dell’installazione. Lo Sharp NEC vanta inoltre una grande affidabilità ed ecocompatibilità (ErP), grazie ai bassi consumi di energia e alle 20.000 ore di durata (senza manutenzione) della sorgente laser; ne deriva un basso TCO (Total Cost of Ownership).

RILIEVI IN LOCO E IMMAGINI SATELLITARI

Il gigantesco PH3501QL, insieme al resto dell’attrezzatura, è stato caricato su un’imbarcazione dotata di gru che, navigando lentamente sul Rio Nuovo, ha consentito di passare in rassegna ogni centimetro della parete di proiezione. La notevole distanza tra il proiettore e la parete, circa 19 metri (il NEC ha un range di proiezione di 2 – 50 metri), insieme alle dimensioni di quest’ultima (8,60 x 13,60 metri), hanno reso necessario utilizzare un’ottica L4K-11ZM con rapporto 1,24-1,72:1.

Per lo studio delle grafiche e la misurazione delle distanze si è fatto ricorso a rilievi in loco e persino a immagini satellitari. Un server video con software Dataton Watchout versione 6.6.2, connesso al proiettore mediante cavo DisplayPort e controllato da remoto in Wi-Fi, è stato utilizzato per la gestione delle geometrie. Rispetto alle versioni precedenti, il Dataton Watchout 6.6.2 contiene un aggiornamento per NewTek NDI (4.5), risolve alcuni problemi riguardanti i media video e consente di unire (“pasting”) le cartelle delle attività.

CONCLUSIONI

La “mise en abyme” realizzata da Pepper’s Ghost sul “Migrant Child” di Banksy può essere considerata un’opera collettiva in tempi differiti che unifica e tiene insieme forme, sensibilità e tecniche artistiche diverse. Cronologicamente parlando, c’è prima l’architettura veneziana, antica di secoli, poi lo stencil di Banksy, quindi il videomapping di Anderson Tegon e dei suoi artisti digitali. Nessuna di queste forme nasconde né tantomeno cancella l’altra, ma anzi la nobilita, le dona linfa nuova e la fa in un certo senso rivivere, rinascere. Questo può l’arte, unita a un sapiente uso delle tecnologie più avanzate.


BANKSY, L’ARTISTA-INCURSORE

“Season’s greetings”, stencil realizzatoda Banksy nel 2018 su un muro di Port Talbot (Galles): l ’opera invita a riflettere sulle conseguenze che l’inquinamento atmosferico ha sulla nostra salute.

In un mondo in cui si fa di tutto per apparire, Banksy ha scelto una strada davvero originale per affermarsi e diventare uno dei maggiori esponenti della street art: l’invisibilità e il nascondimento. Di lui si conosce pochissimo: sappiamo che è nato a Bristol (Inghilterra) nel 1973 o 1974, che è stato influenzato da Robert Del Naja (alias 3D), il musicista-writer poi divenuto membro fondatore dei Massive Attack, e che è anche un attivista politico e un regista; alcuni ipotizzano che Banksy sia lo stesso Del Naja, altri che possa trattarsi dell’artista svizzero Maître de Casson, il quale però nega. Inafferrabile come un fantasma, di fatto Banksy è le sue opere, che compaiono improvvisamente sui muri, lungo le strade e sui ponti delle città di un po’ tutto il mondo. Per realizzarle, l’elusivo artista utilizza la tecnica dello stencil, l’unica che possa garantirgli la velocità di esecuzione necessaria per non essere ostacolato mentre crea i suoi graffiti o addirittura arrestato dalle forze dell’ordine. Già, perché Banksy è una specie di incursore che si introduce furtivamente in musei e gallerie d’arte per appendervi le sue creazioni, scavalca recinzioni in filo spinato o si traveste da pittore ambulante, come ha fatto a Venezia per sostenere i comitati che si oppongono al passaggio delle grandi navi da crociera. Artista fortemente impegnato, Banksy affronta temi e argomenti difficili, scabrosi: gli orrori della guerra e dell’apartheid, lo sfruttamento minorile, la brutalità della repressione poliziesca, l’inquinamento, la manipolazione mediatica… Ma lo fa con grazia e leggiadria. I murales di Banksy non hanno nulla di cupo né di malinconicamente rassegnato: al contrario, sono spesso gioiosi, ironici, vitali. In questo senso la sua arte non è affatto sovversiva, come sostengono alcuni critici, bensì redentiva, ha cioè la capacità di portare il bello in ciò che è osceno, il vero nel falso, il bene nel male.


A COLLOQUIO CON ANDERSON TEGON

Ad Anderson Tegon, fondatore e direttore artistico del collettivo Pepper’s Ghost, abbiamo rivolto alcune domande sul senso della sua arte, sulle ragioni che lo hanno spinto a rivisitare il “Migrant Child” di Banksy e sul futuro di quest’opera. Altre domande, di carattere più tecnico, riguardano la scelta del proiettore e la collaborazione tra il collettivo e Sharp/NEC. Queste le risposte:

System Integrator Magazine – Può dirci qualcosa sulla partnership tra Sharp NEC e Pepper’s Ghost? Come è nata? Da chi è partita l’iniziativa?
Anderson Tegon – È nata in maniera molto naturale durante la produzione del progetto del Museo Nazionale della collezione Salce a Treviso, che sostanzialmente è la prima installazione digitale permanente e immersiva del Ministero della Cultura. In quel progetto abbiamo utilizzato 17 proiettori Sharp/Nec: evidentemente i responsabili dell’azienda hanno apprezzato ciò che stavamo realizzando e mi hanno invitato nella loro sede a Milano. Ho esposto loro la mia visione artistica e spiegato le mie esigenze tecniche e ci siamo capiti subito: è stato tutto molto veloce e naturale. Quando ho parlato con Enrico Sgarabottolo, Ceo di Sharp/NEC, ho avuto la sensazione che avesse colto appieno la mia visione, mi ha capito e si è seduto accanto a me ad ascoltare i nostri progetti, dandoci da subito tutto il supporto possibile. Per una persona che fa il mio lavoro, questo tipo di assistenza è essenziale.

SIM – Perché avete scelto il NEC PH- 3501QL per realizzare il videomapping? Quali sono le caratteristiche che vi hanno spinto a preferirlo ad altri proiettori?
A.T. – Ci serviva una macchina potente che potesse garantire una grande luminosità sulla superfice ed Enrico (Sgarabottolo – n.d.r.) non ha esitato a propormi il loro 35.000 ANSI/ lumen. L’effetto è stato pazzesco, esattamente quello che cercavo: realismo, colore e luminosità.

SIM – Insieme al PH3501QL è stato utilizzato il software Dataton Watchout 6.6.2: in che modo avete ottenuto gli effetti dinamici come il fumo in movimento? Ci svela qualche segreto di bottega?
A.T. – Beh, i segreti non si svelano; però posso dire che la volontà era quella di creare un effetto reale di fumo sospinto dal vento tipico delle torce d’emergenza, materico, corposo abbastanza da dar vita a una vera e propria scena. Venezia è la mia città, ma vedere quel canale diventare completamente rosa, con quei riflessi sull’acqua, è stato magico.

SIM – Può raccontarci brevemente la storia del collettivo Pepper’s Ghost? Qual è la vostra missione, la vostra ragion d’essere?
A.T. – Peppers Ghost nasce da un concetto molto semplice: l’idea che lo spettatore non venga semplicemente a vedere una nostra installazione; adoro invece il fatto che venga a vivere un’esperienza, che ne sia immerso e diventi parte dell’opera stessa. Attore protagonista. La nostra missione, per compiersi, ha bisogno di due elementi: arte e innovazione. Le due cose sono pazzescamente simili; entrambe evolvono nel tempo, mutano e per esistere hanno bisogno di creatività. Non si può fare arte senza creatività e non si può innovare senza creatività. Questo è esattamente ciò che facciamo noi, usiamo le tecnologie più innovative come fossero un pennello, trasformando qualsiasi luogo in una tela. Questa è la cosa più bella della Digital Art: non ha limiti, dipende solo dalla creatività.

SIM – Il collettivo ha organico fisso o variabile?
A.T. – Dal punto di vista artistico mi piace l’idea di sperimentare collaborazioni nuove e sorprendenti; questo mi permette di utilizzare sempre tecniche e tecnologie diverse. Molte volte alcune realtà restano ingabbiate, ancorate sempre agli stessi creativi e alla stessa visione, e ancor più spesso alla stessa tecnologia; a me piace invece una visione più fluida, che mi permetta artisticamente di lavorare con mani e tecnologie diverse, capaci di garantire una continua evoluzione.

SIM – Dal punto di vista strettamente artistico, qual è il senso, il significato del vostro lavoro sul “Migrant Child”?
A.T. – Innanzitutto io amo la Street Art, trovo sia l’arte di tutti. Mi piaceva l’idea che nessuno avesse mai provato a renderla immersiva, viva, a darle una storia e una voce. Abbiamo usato un’opera iconica di Banksy creandone un’altra che, a differenza della staticità dell’originale, prende vita, si muove, interroga; abbiamo di fatto creato la prima opera di Digital Street Art. La cosa bella di questa nuova forma d’arte è che non intacca le città, anzi le abbellisce, dona loro una nuova storia senza minarne l’integrità.

SIM – Quali difficoltà tecniche avete incontrato nel realizzare l’opera?
A.T. – Certo non è stato facile, logisticamente; Venezia è una città problematica, da questo punto di vista. Pepper’s Ghost però è strutturata e organizzata per affrontare ogni tipologia di produzione; quindi direi che è stato tutto solo un po’ più difficile, ma gestibile. Devo ammettere che la grandissima esperienza di Enrico Sgarabottolo e di Sharp NEC ci ha immensamente aiutato sul lato proiezione. Non capita tutti i giorni di avere a disposizione una macchina così potente e performante.

SIM – Cosa succederà alla vostra reinterpretazione del “Migrant Child”? Sarà visibile solo sui canali YouTube e sui social media del collettivo o diventerà una sorta di “non-fungible token” (NFT), un contenuto digitale trasformato in opera d’arte unica?
A.T. – Inizierei dicendo che quando abbiamo deciso di dar vita a quest’opera e di rivoluzionare la Street Art lo abbiamo fatto volendone seguire le regole. Questa forma d’arte prevede infatti che l’opera venga realizzata in luoghi pubblici, molte volte e senza permesso. Più o meno è quello che abbiamo fatto noi. Siamo arrivati in loco alle 9.00 di sera, abbiamo realizzato la performance e poi siamo andati via in poche ore. Siamo riusciti a realizzarla in totale sicurezza e segretezza, cosi da poterla rendere fruibile solo tramite i nostri canali social; successivamente diventerà il primo NFT di Digital Street Art. È stata una scelta, però non è detto che sia definitiva. Chissà, magari un giorno potremmo decidere di proiettarla un’altra volta, e regalare l’esperienza dal vivo a tutti. Mai dire mai.